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CDP: la lotta alle emissioni si declina sul mercato



In Italia l’universo invitato è stato di 60 società con una risposta pari al 35%



14 Feb - 09:30

CDP: la lotta alle emissioni si declina sul mercato

Dal 2000 l’Ong Carbon Disclosure Project (CDP) ha avviato un monitoraggio della reportistica globale d’impresa in materia di emissioni di anidride carbonica e di contrasto al cambiamento climatico. PwC dal 2008 è global advisor e report writer per CDP e quest’anno, oltre al Report Global 500 e altri redatti per diversi paesi,  ha analizzato le risposte pervenute da 21 delle prime 60 società quotate d’Italia da questa prospettiva. Il 9 febbraio 2011 ha presentato le proprie rilevazioni a investitori istituzionali ed esperti del settore. Chiediamo a Paolo Bersani, Partner di PwC che ha redatto il rapporto, di illustrarci cosa è emerso da questo studio.

“Nel 2010 hanno risposto ai quesiti del Carbon Disclosure Project oltre 2500 organizzazioni di 60 paesi del mondo. PwC ha così potuto monitorare su scala globale la reportistica in tema di emissioni di CO2 e di contrasto ai cambiamenti climatici.”

In Italia come avete condotto le vostre analisi?

In Italia nel 2010 l’universo invitato a rispondere al CDP è passato dalle 40 dell’anno prima a 60 società. La percentuale di coloro che hanno risposto è rimasta invariata (il 35%) ma l’incremento del campione ha fatto crescere in termini assoluti il numero di società disposte a dichiarare pubblicamente la propria posizione sul tema: sono passate da 18 a 21. Obiettivo per il 2011 è quello di allargare sempre di più la base di partecipazione e quest’anno il CDP intende invitare a partecipare, probabilmente, un centinaio di aziende.

Cosa avete scoperto finora? E’ vero che i grossi gruppi sono avvantaggiati nella reportistica sulle emissioni rispetto ai piccoli?

In realtà abbiamo osservato più un problema di sensibilità a queste tematiche, che di difficoltà oggettive. Per un’azienda relativamente piccola è in pratica molto più semplice calcolare le emissioni di anidride carbonica, che per un colosso multinazionale: tuttavia è più probabile che calcoli le proprie emissioni quest’ultimo. Riscontriamo insomma resistenze di ordine culturale.

All’estero avete trovato un panorama diverso?

In altri paesi c’è una maggiore abitudine a valutare gli impatti ambientali di un nuovo prodotto analizzandoli nelle diverse fasi di vita, dalla progettazione allo smaltimento. L’LCA (il Life Cicle Assessment-analisi del ciclo di vita) è, ad esempio, un sistema di analisi che supporta le scelte aziendali molto diffuso in Francia che, però, in Italia stenta a prendere piede.

Una reportistica sulle emissioni e sulla sostenibilità dell’impresa come viene percepita dagli investitori? E’ un vantaggio o solo un costo?

Proprio all’incontro del 9 febbraio hanno partecipato due società d’investimento come Allianz Global Investors Investments Europe e Axa IM, con i quali ci siamo confrontati su questo tema. Ci hanno spiegato il modo in cui gestiscono le informazioni non finanziarie (come appunto le emissioni di CO2) e confermato che la loro valutazione rientra nelle logiche di investimento. Il “business as usual”, ossia i modelli tradizionali di gestione, rischiano di non garantire la sostenibilità futura di un’azienda. Diventa più affidabile un gruppo che calcola impatti ed emissioni utilizzando le informazioni ottenute per definire strategie e obiettivi. Quanto ai costi aggiuntivi si tratta di decidere il paradigma in cui collocarli. La stessa terminologia utilizzabile (spesa o investimento?) indica la diversa attitudine che può avere l’imprenditore nel valutarne la necessità: la “spesa” può essere più facilmente “tagliata” perché riflette scelte di breve periodo, dall’”investimento”, invece, per definizione ci si aspetta un ritorno nel tempo ancorché non immediato, perché deve favorire la competitività dell’azienda sul mercato.

C’è però anche il pericolo che la reportistica sulla sostenibilità si trasformi in un greenwashing che non agisce sul core business.

Il contenuto della comunicazione, in tema di sostenibilità, differisce da settore a settore. Il rischio che essa sia scollegata dal core business esiste, ma la gestione dei rischi connessi alla reputazione e al brand value delle imprese comporta un sempre maggior realismo (cioè correttezza e completezza) nell’informazione che si fornisce. Nel tempo il rischio di greenwashing diminuisce perché se non si gestisce ciò di cui si parla quando si “fa comunicazione”, dopo un po’ non si ha più nulla da dire…

In Italia cosa avete trovato?

Delle 21 società che hanno risposto ai nostri questionari, 14 hanno affermato di avere una commissione o un comitato, che riporta al consiglio di amministrazione, che si occupa di cambiamento climatico. Due terzi delle società che hanno risposto hanno contatti attivi con regolatori e autorità di controllo. Ben 12 su 21 hanno sistemi di incentivazione al management che promuovono obiettivi di sostenibilità. Uno strumento, quest’ultimo, che riteniamo molto efficace. Se guardiamo indietro notiamo che nel 2009 solo 7, sulle 18 società interpellate, avevano divulgato obiettivi di riduzione delle emissioni. Nel 2010 sono 16 su 21, quindi c’è una sensibilità in crescita. Abbiamo anche osservato che le eccellenze in questo campo tendono a prescindere dal settore di attività, segno che la sensibilità e la consapevolezza della rilevanza di questi argomenti si stanno mantenendo nell’agenda del top management delle aziende italiane.message


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Ultimo aggiornamento:  14 Febbraio 2011 - 10:36

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