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I protagonisti

ATFund Fondi quotati – Perché la concorrenza fa paura?

01 Giu 2018 - 

Parenti, partner Intermonte, ha un’opinione precisa sui fondi quotati:«È un prodotto mass market, il cliente deve essere messo nelle condizioni migliori per scegliere. Più sono i canali distributivi, meglio è per industria e risparmiatori»



«Un tempo gli arabi avevano il petrolio e chiamavano le multinazionali, statunitensi ed europee, a estrarlo e raffinarlo, perché loro non possedevano le tecnologie necessarie. Erano seduti su una miniera d’oro, ma non riuscivano a sfruttarla completamente. Ecco, nell’industria del risparmio gestito, in Italia, sta accadendo una cosa simile».
A parlare è Gianluca Parenti, partner di Intermonte, una delle principali investment bank indipendenti sul mercato italiano, punto di riferimento per investitori italiani e internazionali, nonché operatore incaricato nel segmento dei fondi aperti quotati di Borsa Italiana.
Si tratta di una realtà nata nell’ormai lontano 1994, quando Parenti e altri soci danno vita a Intermobiliare Securities, che cambia denominazione nel 2000 in seguito all’acquisizione di Banca Agricola Mantovana, che nel frattempo aveva acquistato la società, da parte di Monte dei Paschi di Siena. Il buyout è datato 2008, quando il management di Intermonte SIM ritorna in possesso della maggioranza delle quote. Oggi Intermonte, nata come agency broker svolgendo ricerca azionaria per clienti italiani e internazionali, ha allargato il proprio raggio d’azione a tutte le attività legate all’investment banking e all’intermediazione occupandosi tra le altre cose anche di bond, ETF, derivati, M&A, gestione conto terzi, advisory. Ultime arrivate due Sicav marchiate Intermonte, senza dimenticare Websim, la piattaforma di servizi che svolge attività di ricerca e produzione di contenuti informativi rivolti ad un pubblico retail.
Ma torniamo agli arabi e al concetto espresso all’inizio. Perché questo esempio?   Ecco la risposta di Gianluca Parenti: «Il mercato del risparmio gestito italiano è molto ricco e presenta ancora molte potenzialità inespresse. Le do alcuni dati che emergono da una recente pubblicazione della Banca d’Italia: il portafoglio totale che le famiglie italiane hanno dato in gestione attraverso i fondi comuni, i fondi pensione e i prodotti assicurativi rappresenta solo il 32% della ricchezza finanziaria delle famiglie rispetto al 44% della Francia, al 47% della Germania al 62% del Regno Unito. Solo la Spagna ci sta dietro con il 29%. Un’altra cosa ancora più particolare è la composizione di questo portafoglio: 74,1% titoli di debito, per ovvie ragioni, mentre le azioni sono il 5,5%. Ma non solo: di questo “misero” 5,5% solo lo 0,7% è investito in azioni italiane, mentre il 4,8% è investito in titoli esteri.. In conclusione, quindi, di fronte a un paese con un elevato tasso di risparmio, l’industria dell’asset management  finanzia molto di più, debito pubblico a parte, le economie di altri paesi che non la nostra.
Spero, quindi, che il segmento dell’ATFund possa dare impulso al settore, facilitando la distribuzione di nascenti gestori, auspico domestici, con strategie di gestione specializzate e maggiormente concentrate sulle ricchezze del nostro paese».

parenti big

Dottor Parenti, partiamo da qui: che ne pensa del mercato dei fondi quotati? Che benefici può portare all’intera industria del risparmio gestito?
«In un mercato che vede una forte presenza delle banche più importanti e dalle grandi reti, il segmento dei fondi aperti quotati rappresenta una valida opportunità per i gestori di proporre i loro prodotti e per gli investitori di disporre di un canale in più, efficiente e trasparente, che si affianca a quelli tradizionali. Sono convinto che il mercato italiano del risparmio abbia bisogno di uno strumento come questo, tanto è vero che abbiamo accolto con piacere l’iniziativa di Borsa Italiana».

Qual è l’attività di Intermonte all’interno di questo mercato?
«Noi abbiamo due ruoli, uno più istituzionale, l’altro più commerciale. Il primo è quello di operatore incaricato: siamo leader per numero di fondi intermediati. Di che cosa ci occupiamo? Contrariamente a quello che accade in altri mercati, in cui il compratore e il venditore negoziano un prezzo per l’acquisto e la vendita di un titolo, in quello dei fondi aperti quotati la domanda e l’offerta si incontrano a un prezzo prestabilito, che è il valore del Nav (Net asset value, ovvero il valore del patrimonio netto complessivo, ndr) del fondo. Noi siamo una sorta di cuscinetto, di camera di compensazione tra le due parti e facciamo in modo che domanda e offerta combacino perfettamente senza impatti sul prezzo: se c’è un eccesso di richiesta ci poniamo come venditore chiedendo poi l’emissione di nuove quote, viceversa saremo compratori per poi sottoporne la cancellazione presso l’emittente. Inoltre, abbiamo anche un ruolo che definirei più commerciale: grazie alla nostra piattaforma Websim raccogliamo e divulghiamo informazioni sul mercato e sui suoi prodotti».

Lei ha detto che dalla crescita del mercato dei fondi aperti ne trarrebbe beneficio l’intero settore del risparmio gestito. Perché?
«Lavoro in questo settore dal 1986 e ne conosco bene i meccanismi. Ricordo che qualche decennio fa, chi voleva investire in Borsa si recava in banca, dove c’era il cosiddetto borsino, uno spazio a disposizione di chi voleva seguire le quotazioni dei titoli: si parlava con un operatore e poi si acquistavano le azioni. Poi è arrivato il trading online ed erano tutti spaventati perché pensavano che avrebbe tolto lavoro ai professionisti qualificati. Poi sono arrivati gli ETF, anch’essi accolti inizialmente con grande diffidenza. Adesso sta accadendo lo stesso con i fondi aperti quotati: le banche si chiudono a riccio e non considerano questo mercato, perché tendono a privilegiare altri tipi di canali di distribuzione, più redditizi. Nel nostro Paese l’industria è dominata dai big e per le piccole Sgr, come quelle presenti su questo mercato, lo spazio è ristretto, a differenza dei mercati finanziariamente più evoluti. Guardiamo ai PIR, i piani individuali di risparmio: sono stati raccolti oltre 10 miliardi, ma da chi? Dalle grandi reti. Come dicevo all’estero la situazione è diversa: non avete idea di quanti siano gli italiani che hanno aperto società di gestione piccole e specializzate, ad esempio nel Regno Unito o in Lussemburgo. Per rispondere alla domanda, quindi, l’apertura di un nuovo canale di distribuzione potrebbe garantire maggiore concorrenza e più efficienza, tutto a vantaggio degli investitori».

MiFID II, la nuova direttiva europea rivolta agli operatori, potrebbe dare un impulso significativo al mercato?
«Penso di sì, ma temo non sia sufficiente e potrebbe essere necessario l’intervento del legislatore, come insegna il caso dei PIR: bisogna entrare nell’ottica che il risparmio gestito è un servizio come un altro e deve essere messo a disposizione delle famiglie esattamente come qualsiasi altro prodotto o servizio, attraverso una pluralità di canali di distribuzione, dai più sofisticati a quelli più di massa, dando al consumatore ampia facoltà di scelta. È così bello scegliere, perché tutta questa paura della concorrenza?»


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