Lo scorso 10 maggio JP Morgan Chase & Co., il più grande istituto bancario statunitense nel trading di derivati e il più importante in termini di valore totale degli asset, ha annunciato di aver maturato, in sole sei settimane, una perdita di circa 2,3 miliardi di dollari, in seguito ai risultati fallimentari di una spregiudicata strategia di hedging. Si stima che la volatilità attuale dei mercati possa far lievitare ulteriormente questo valore fino alla soglia dei 3 miliardi di dollari alla conclusione del secondo trimestre e addirittura oltre i 4 miliardi di dollari entro la fine dell’anno.
Questi risultati estremamente negativi sono stati generati dalle attività svolte da una divisione londinese dell’istituto bancario, denominata Chief Investment Office, formalmente incaricata di studiare strategie di copertura dal rischio per il gruppo con la possibilità di gestire, a questo scopo, un portafoglio da 374 miliardi di dollari. Tale ufficio, attraverso il trader francese Bruno Michel Iksil, già soprannominato dai media americani “the London Whale” (la Balena di Londra) a causa delle consistenti dimensioni delle transazioni finanziarie da lui portate a termine, avrebbe effettuato ingenti, quanto fallimentari, operazioni su un indice legato al corporate default, denominato “CDX NA IG 9”, che comprende 125 aziende.
La causa di questo insuccesso, in particolare, sarebbe da ricercare nella costruzione di posizioni ottimistiche sul merito creditizio delle imprese e nella conseguente cessione di Credit Default Swaps (CDS) sull’indice, nella convinzione che le condizioni finanziarie delle stesse imprese andassero migliorando. Quando, al contrario, il costo della protezione delle aziende ha cominciato a salire, sono iniziate le perdite, che hanno sfiorato i 200 milioni di dollari al giorno. Per contro, alcuni hedge funds, puntando sul peggioramento del credito e, quindi, accettando la scommessa di JP Morgan, sono riusciti a guadagnare circa 30 milioni di euro ciascuno. Tutto ciò ha inevitabilmente causato delle ripercussioni sull’istituto bancario americano capace di superare indenne la crisi del 2008, che, fino a quel momento, era ritenuto il più sicuro e ‘sano’ del Paese. In seguito all’annuncio delle ingenti perdite finanziarie riportate, infatti, oltre ad un brusco calo del titolo in borsa, accompagnato dal più alto volume di scambi mai registrato dal 1984, JP Morgan si è vista tagliare la valutazione da parte dell’agenzia di rating Fitch da AA- ad A+, per motivi di reputazione e problemi di governance, ed è attualmente minacciata dalla possibilità di un ulteriore prossimo declassamento da parte dell’agenzia Moody’s. Ciò nonostante, l’istituto bancario resta in attivo e non è a rischio, essendo per ora in grado di assorbire le perdite grazie ai 5,4 miliardi di dollari di profitti generati nel corso del solo primo trimestre dell’anno.
L’evento, viste anche le dimensioni delle cifre in gioco, ha riacceso i riflettori sugli eccessi speculativi e sul ruolo dei titoli derivati all’interno della crisi finanziaria. Due miliardi di dollari, tuttavia, sono una cifra irrisoria se confrontata con il valore globale che caratterizza il mercato di questi strumenti di copertura del rischio. Le ultime statistiche, risalenti a dicembre 2011 e pubblicate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, stimano, infatti, che il valore nozionale totale dei derivati in circolazione nel mondo sia pari a 647 mila miliardi di dollari, una dimensione 14 volte più grande della capitalizzazione di tutte le Borse del mondo e ben 9 volte più elevata dell’intero Pil mondiale.
All’interno di questo mercato la “parte del leone” spetta ai derivati costruiti sui tassi d’interesse, caratterizzati da un valore nominale di 504 mila miliardi di dollari; i derivati su valute si attestano, invece, a 63 mila miliardi, mentre i CDS ammontano a circa 20 mila miliardi. La restante parte è rappresentata principalmente da derivati su azioni e materie prime.
Per questo motivo gli organismi politici e gli enti regolatori stanno concentrando sempre di più la propria attenzione sui derivati e, ogni giorno, si moltiplicano le richieste di accelerare le riforme del settore, a cominciare dal rafforzamento e dalla revisione della “Volcker Rule”, che riguarda il trading per conto proprio delle banche, introducendo una separazione tra denaro dei risparmiatori e capitale da poter utilizzare per speculazioni finanziarie. Quest’ultima normativa, pur essendo stata approvata all’interno del “Dodd-Frank Act” nel 2010, prevede numerosi emendamenti ed eccezioni, tanto da lasciare ancora un ampio spazio di manovra, come dimostra quanto accaduto a JP Morgan che, di fatto, pare aver agito nel rispetto delle leggi. La stessa Casa Bianca è intervenuta, nei giorni scorsi, sottolineando l’esigenza di un rafforzamento dei controlli sul mondo finanziario e la necessità di una riforma in tempi brevi.
Questa vicenda concorre ad amplificare ulteriormente i timori e le preoccupazioni che la crisi aveva sollevato in merito ai derivati. Sono davvero così pericolosi e negativi? La verità è che questi strumenti sono nati, originariamente, per assicurare una buona copertura da diverse tipologie di rischio. La negatività, tuttavia, deriva dall’eccessivo e scorretto uso, o dall’abuso, che spesso ne viene fatto. Per questa ragione si rendono realmente necessari dei controlli più stringenti e dei regolamenti certi e precisi a livello nazionale ed internazionale. Questi ultimi potranno ridurre considerevolmente il rischio connesso all’utilizzo dei derivati che, se correttamente regolamentati, possono garantire il raggiungimento di numerosi e consistenti benefici in termini di copertura dal rischio e di riduzione dell’incertezza.
