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2004

 

041125_RETAIL


COMUNICATO STAMPA

"Investitori retail e Borsa

Secondo rapporto di Borsa Italiana sullo shareholding in Italia"

Un convegno di Borsa Italiana

Aumenta l'importanza della diversificazione del portafoglio

e diminuisce la propensione al rischio.

Rimane stabile l'interesse per l'investimento in azioni.

Cresce la centralità del rapporto relazionale nel decidere

come allocare i propri risparmi.

 

Si è tenuto oggi a Palazzo Mezzanotte il Convegno "L'investitore retail e la Borsa - Secondo rapporto sullo shareholding in Italia". Luca Filippa, Alessandra Franzosi e Enrico Pellizzoni (Borsa Italiana-Research & Development) hanno presentato la ricerca e discusso dei risultati con Angelo Tantazzi (Presidente di Borsa Italiana), Massimo Capuano (Amministratore Delegato di Borsa Italiana), Luigi Spaventa (Università di Roma "Tor Vergata"), Massimo Arrighetti (Banca Intesa-Responsabile Divisione Rete), Chiara Fornasari (Prometeia-Partner).

A quasi tre anni dalla precedente indagine, Borsa Italiana torna ad analizzare l'importante categoria degli investitori in azioni, che dal 1999 detiene stabilmente più del 25% della capitalizzazione del mercato italiano.

L'indagine è stata condotta, con il supporto tecnico di Doxa, nel periodo dicembre 2003 - gennaio 2004 attraverso interviste personali presso le famiglie che investono in azioni, cioè coloro che nel periodo 2001-2003 hanno detenuto (in modo diretto), acquistato o venduto azioni italiane quotate.

In Italia le famiglie che investono in azioni italiane quotate sono 3 milioni, pari al 14% delle famiglie italiane.

Confronto internazionale

Nel confronto internazionale l'Italia si caratterizza per un buon livello di diffusione dell'investimento azionario presso gli investitori retail e per ulteriori possibilità di crescita delle stesso.

Le attività finanziarie detenute dalle famiglie italiane ammontano a fine 2003 a oltre 2.900 miliardi di euro, un livello elevato se confrontato con quello di Paesi comparabili all'Italia per popolazione, PIL e struttura del sistema finanziario-previdenziale.

Le attività finanziarie, in rapporto al reddito disponibile, superano in Italia il 300%, un livello pari a Francia e Svezia e più alto di quello della Germania (270%).

Il tasso di risparmio in Italia, pur essendosi significativamente ridotto (dal 20% al 15% nel periodo 1997-2003), resta uno dei più elevati nel panorama internazionale e contribuisce ad alimentare lo stock di attività finanziarie.

Nel triennio 2001-2003 circa 3 milioni di famiglie italiane (il 14% del totale) hanno investito in azioni quotate. Si tratta di una cifra consistente ma che nel confronto internazionale segnala l'esistenza di potenzialità future di maggior diffusione dello shareholding: in Francia il 16% della popolazione detiene azioni direttamente, il 22% nel Regno Unito, il 23,9% delle famiglie negli Stati Uniti.

A fine 2003 il peso delle azioni quotate (nazionali ed estere) sulle attività finanziarie delle famiglie italiane è pari al 7,4%. Il dato è in linea con quello degli altri Paesi, ad esclusione di Stati Uniti e Svezia che presentano valori nettamente più elevati (rispettivamente 11,3% e 17,2%). L'investimento in azioni da parte delle famiglie italiane avviene, molto più che negli altri Paesi, in forma diretta (solo un ulteriore 3,7% è attribuibile ai fondi comuni azionari).

Il mercato azionario italiano si caratterizza per un'elevata incidenza del possesso delle famiglie (superiore al 25% della capitalizzazione e tra le più elevate nel panorama internazionale) e una minor presenza di investitori istituzionali.

Contesto di riferimento e propensione al rischio

Il periodo di analisi (2001-2003) copre una fase del ciclo economico e finanziario caratterizzata da eventi di straordinaria rilevanza che hanno inciso profondamente sui comportamenti dei risparmiatori italiani. Rispetto al 2001, cresce il numero di famiglie preoccupate per la propria situazione finanziaria attuale (dal 14,2% al 27,7%) e prospettica (dal 5,3% al 16,1%). Risparmiare diviene sempre più importante (è molto utile per il 69,6% degli intervistati contro il 65,1% del 2001), ma nel contempo è più difficile (le famiglie che riescono a risparmiare scendono dall'83,2% al 62,8%).

Presso gli investitori in azioni si osserva una riduzione della propensione al rischio finanziario. Cresce il numero di investitori che si definiscono "conservatori" (dal 55,3% al 68,8%). Si modifica la struttura del portafoglio per livelli percepiti (ed effettivi) di rischio, a favore degli asset meno rischiosi, il cui peso sul totale passa dal 45,0% al 58,1%.

Non sono tuttavia diffusi fenomeni di abbandono definitivo dell'investimento azionario. Per 1 investitore su 10 non ci sono stati effetti negativi. Circa l'85% degli intervistati dichiara che quanto è accaduto ha accresciuto la cautela, ma la metà di questi non ha modificato l'attitudine di lungo termine nei confronti dell'investimento azionario. Solo 1 investitore su 20 dichiara che non investirà più in azioni.

E' elevato invece il grado di incertezza. Il 49,9% degli intervistati non intende cambiare ulteriormente l'asset allocation del proprio portafoglio nel breve termine e il 37,6% non sa cosa farà.

 

Portafoglio e operatività

L'investimento azionario diretto assorbe circa un quarto della ricchezza complessiva degli investitori in azioni, e sale a un terzo considerando anche i fondi azionari. Quasi il 40% del loro portafoglio è investito in liquidità; i titoli di Stato e le obbligazioni ammontano (anche attraverso i fondi) a circa il 20%. Più del 7% è allocato in prodotti assicurativi e previdenziali. Rispetto al 2001, sono state privilegiate forme di investimento a minor contenuto di rischio.

Il portafoglio azionario Italia vede la prevalenza delle Blue Chip, detenute dal 90,3% degli intervistati. Si tratta di portafogli molto concentrati: il 51,0% degli intervistati ha un solo titolo e quasi il 24% due.

Quasi il 40% ha acquistato i titoli ad oggi in portafoglio a seguito di una privatizzazione. Circa il 6% detiene oggi titoli acquistati al momento dell'Ipo di società private.

L'operatività degli investitori in azioni è contenuta. Dal confronto con il 2001 emerge un forte aumento di coloro che non hanno effettuato movimentazioni nel corso dei dodici mesi precedenti (dal 26,6% al 66,9%), oltre che una flessione del numero medio annuo di operazioni tra coloro che hanno movimentato (da 18,1 a 12,4 volte).

Le motivazioni dell'investimento

Il 57,0% degli intervistati investe per accrescere il rendimento complessivo del proprio portafoglio rispetto al semplice possesso di liquidità; il 30,8% desidera diversificare i propri investimenti e il 23,7% proteggere i risparmi dall'inflazione.

Rispetto al 2001, sono sempre più diffusi gli obiettivi legati al soddisfacimento delle necessità di medio termine, quali risparmiare per i figli, per la pensione, per l'acquisto della casa. L'investimento azionario non riflette però queste esigenze, essendo con maggior frequenza associato a obiettivi con un ridotto orizzonte temporale, quali la ricerca di rapidi guadagni.

L'investimento azionario è invece sempre più associato all'obiettivo di diversificazione di portafoglio, bisogno anch'esso in crescita nel corso dell'ultimo triennio (dal 23,8% al 34,4%). La componente "ludica" nell'investimento è invece in flessione.

Intermediari e fonti informative

Il sistema bancario è il referente principale per le decisioni di investimento ed è menzionato dal 95% degli intervistati: 76,4% banca tradizionale, 29,9% promotore, 8,7% canale online. Le società di assicurazione sono citate nel 7,5% dei casi, le Poste nel 4,2%. Nonostante la presenza di aree di insoddisfazione, nei rapporti con gli intermediari gli investitori presentano una forte resistenza al cambiamento: la situazione rispetto al 2001 è pressoché immutata e solo il 5,9% degli intervistati ha dichiarato di aver cambiato il suo intermediario principale nel corso dell'ultimo triennio. Nella scelta dell'intermediario prevalgono ragioni legate all'abitudine (48,6%) e al rapporto con una persona all'interno della struttura (45,1%).

Le aree a maggiore criticità sono le commissioni e i costi del servizio (con un 36,9% di insoddisfatti), la remunerazione degli investimenti (27,1%), la disponibilità di informazioni complete e tempestive (13,3%) e il livello di indipendenza dei consigli ricevuti (11,2%).

Tra i canali informativi si osserva una netta crescita di quelli di tipo relazionale, citati dal 77,9% degli intervistati rispetto al 60,0% del 2001. Si tratta dell'impiegato di banca (41,5%), di familiari e conoscenti (34,7%), del promotore finanziario (30,0%). Si riduce il ricorso a tutte le altre fonti di informazione. Il 53,3% degli intervistati cita la carta stampata (30,4% la stampa generica, 28,9% i quotidiani specializzati e le 12,8% le riviste specializzate) a fronte del 65,2% del 2001, con una riduzione soprattutto della stampa specializzata (nel 2001 44,4% i quotidiani specializzati e 19,8% le riviste specializzate).

Il 30,0% si informa attraverso la TV/radio (34,9% nel 2001) e in particolare con il televideo (16,3%) e il 15,3% utilizza Internet (20,0%).

Il tipo di informazione cercata riguarda i consigli di un esperto o di un conoscente (52,4%), e solo in secondo luogo commenti o articoli sull'andamento delle società (31,0%), grafici sui prezzi (21,3%), previsioni macroeconomiche (17,0%), bilanci societari (12,6%). Il 9,2% cita l'analisi tecnica.

Più di un terzo degli investitori in azioni decide autonomamente i propri investimenti. Rispetto al 2001 tale percentuale è in flessione (dal 45,7% al 34,8%), ma non a favore della delega completa, quanto piuttosto di situazioni in cui l'investitore decide e in seconda battuta consulta il suo intermediario di riferimento per una conferma (dal 23,0% al 38,2%).

Esistono ancora significativi spazi per accrescere il livello di cultura finanziaria degli investitori in azioni. Le incertezze su alcune nozioni basilari sono frequenti e solo il 3,0% degli intervistati ha frequentato corsi su temi finanziari. Infine, solo il 40,4% dichiara di conoscere la differenza tra strumenti quotati e non quotati.

Caratteristiche socio-demografiche degli investitori retail in azioni

Gli investitori in azioni si caratterizzano sia rispetto alla popolazione italiana sia all'insieme dei risparmiatori. Tipicamente, si tratta di:

  • uomini: 66,4%, più che nel caso della popolazione italiana (48,7%) ma meno rispetto all'insieme dei risparmiatori (70,0%), ovvero coloro che possiedono almeno un conto corrente, obbligazioni e/o titoli di Stato;
  • residenti nel Nord Ovest, 41,5% rispetto al 24,7% della popolazione; la distribuzione è simile a quella dei risparmiatori (36,7%);
  • tra i 35 e i 54 anni: 61,2% rispetto al 40,0% della popolazione e al 54,4% dei risparmiatori;
  • liberi professionisti, lavoratori autonomi o imprenditori: 17,3% rispetto al 4,5% della popolazione;

  • con una cultura media e medio-alta: il 22,2% è laureato contro il 6,7% della popolazione e il 14,9% dei risparmiatori;
  • con una situazione reddituale e di ricchezza media e medio-alta: il 51,1% ha un reddito mensile familiare superiore ai 2.300 euro, contro 34,2% della popolazione; il 66,7% ha una ricchezza finanziaria superiore ai 15.000 euro rispetto al 33,2% della popolazione; la proprietà immobiliare è diffusa presso il 91,2% degli intervistati, contro il 71,8% della popolazione.

Milano, 25 novembre 2004


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